Produttività ma non solo
“Dovremo fare maggiore affidamento sulla produttività per guidare la crescita”, avverte Draghi nel suo ormai ben noto rapporto alla Commissione europea. Riferendosi alla produttività del sistema Unione Europea rispetto ai sistemi globali protagonisti (statuali e non statuali), con cui l’economia europea, nella prospettiva di una competitività riconquistata, dovrà concorrere per il benessere dei propri cittadini. Adottando anche una novellata politica economica, visto che “le fondamenta su cui abbiamo costruito stanno ora vacillando … il precedente paradigma globale sta svanendo”, aggiunge Draghi, consapevole della sfida imposta dal sopraggiunto disordine mondiale, soprattutto nel Mediterraneo funestato dalla guerra. In sostanza, vari fattori concorrenti della tradizionale floridità economica europea sono svaniti e l’Europa deve fare affidamento su sé stessa, a partire dal miglioramento della produttività, mettendo mano alla politica economica. La produttività, dalla pubblicazione del rapporto, è diventata il nuovo tormentone di giornalisti, specializzati e non, imprenditori ed esponenti politici. Sull’assunto che gli interlocutori, di volta in volta nella veste di lettori, consumatori e cittadini, sappiano di cosa si parla. Meno dibattuta è la politica economica, che non si riduce alla manovra finanziaria.
Cosa è la produttività
La produttività è un dato relativo, più esattamente è il quoziente tra output o produzione e i fattori che ad essa concorrono: risorse di ogni genere e tipo, forza lavoro e capitale proprio e altrui, nell’ambito di una organizzazione strutturata. L’incremento e il decremento di ciascun fattore influenzano pertanto il quoziente, consentendo di verificare, nelle condizioni date, la produttività e, in concreto, la capacità dell’impresa di stare sul mercato rispetto alla concorrenza. Questo per le imprese, che investono sulla base della stabilità del sistema di appartenenza, per far tornare i conti e devono verificare l’utilità marginale di nuovi investimenti e di nuove quote di mercato. La produttività complessiva dell’organizzazione statuale, che presta servizi finanziati dai prelievi fiscali ai cittadini, o, nel caso specifico, dell’Unione Europea, non si misura allo stesso modo, in assoluto e nel confronto con altri ambiti economici. Infatti, lo stesso Draghi avverte, nel rapporto, che il divario del PIL tra l’UE e gli Stati Uniti è stato verificato con “diverse metriche” e che i fattori della produttività europea sono anche la sicurezza, la rinnovazione degli assetti istituzionali, la semplificazione operativa mediante l’attenuazione della imperante riserva di regolamentazione.
Anche il sistema Italia si deve adeguare
Concordiamo su tutto con Draghi, il va sans dire. Riteniamo, nella veste di avvocati di impresa e quindi in qualità di operatori impegnati nel sistema Italia, guardando all’economia di stato e imprese, che non possano mancare, in preparazione della stagione annunciata da Draghi, interventi interni di politica economica, che tengano conto di fattori interni e di fattori esterni, che influenzano, e non di poco, l’economia nazionale. In parte, tali fattori esterni, tra cui la concorrenza societaria, fiscale e finanziaria di altri ordinamenti europei, potranno essere corretti nell’ambito della revisione della governance europea; in parte, richiedono maggiore consapevolezza delle disfunzioni da parte delle istituzioni competenti e della giurisdizione. Non vogliamo essere ripetitivi. Abbiamo affrontato varie volte il tema in questione nel nostro Lab e prima ancora nel libro sulla guerra economica (a disposizione di chi lo richieda). Non dubitiamo che lo stesso Draghi sia consapevole delle disfunzioni e più ancora dell’immobilismo italiano. Che assume forme diverse, contro il quale nulla potranno le migliori strategie di mercato e di politica economica nazionale ed europea, in mancanza di interventi preparatori. Negli ultimi anni della sua vita, prima della scomparsa, se ne era accorto anche Federico Caffè, maestro di Draghi



