Riflessioni di un avvocato
Propongo all’attenzione dei visitatori del sito e dei colleghi più interessati al tema dell’avvocatura, qualche riflessione sparsa, con il proposito di offrire il contributo esperienziale della mia pratica al dibattito sul funzionamento e sulle prospettive della professione forense, che vorrei più diffuso e più vivace, senza nutrire alcuna ambizione personale, se non di concorrere al confronto delle idee.
Al centro della riflessione pongo il ruolo dell’avvocatura, che è soggetto della giurisdizione al pari della magistratura, senza averne il potere, essendo prevista la funzione difensiva, nell’architettura costituzionale, a fini di mero stimolo e di integrazione intellettuale del processo, in funzione di prevenzione e di rimedio dei conflitti personali e sociali.
Non discuto, qui, il rilievo costituzionale della funzione difensiva rispetto alla funzione decisoria. Certo si è che la magistratura, soggetto costituzionale, si realizza mediante la giurisdizione, a cui l’avvocatura contribuisce in via necessaria e quindi determinante, anche sotto il profilo pubblico.
Senza l’avvocato il processo non si celebra: eppure, alla funzione difensiva – e quindi all’intelletto dell’avvocato – non è riconosciuta nella pratica giudiziaria dignità pari alla funzione decisoria. Così è. Diversamente da altri ordinamenti europei, in cui è previsto l’avvicendamento tra avvocati e magistrati (Inghilterra) o sussiste comunque una riconosciuta affinità tra i due ruoli (Francia). Inutile divagare. Indaghiamo, invece, le ragioni, con il proposito di correggere le disfunzioni esistenti, per quanto possibile.
Le carenze di sistema
Ogni avvocato con qualche anno di pratica ha un’ampia casistica personale delle disfunzioni a lui/lei occorse nei processi, a causa di ravvisate carenze della funzione decisoria, ovvero nelle attività preparatorie o complementari alla funzione difensiva giudiziaria: talvolta, per oggettive carenze di sistema, più spesso per il dominio esercitato da soggetti pubblici, che travisano funzioni e poteri, o da soggetti privati meglio organizzati e più influenti. Nei confronti dei quali la tutela della legge si attenua, come rientra nella comune esperienza.
E’ l’Italia del clientelismo, del nepotismo, del familismo e dell’amichettismo, come si dice oggi con espressivo, quanto fortunato, neologismo: tutte illegalità vere e proprie, diffuse e spesso note.
Come, del resto, ebbi conferma anni addietro, non senza stupore, da una fonte qualificata: una pregevole opera sul funzionamento della giustizia scritta da Luciano Canfora (storico) e da Gustavo Zagrebelsky (ex giudice della Corte Costituzionale), che espressamente hanno riconosciuto l’esistenza della giustizia a due velocità (di cui sono vittime, in caso di disfunzioni, gli avvocati, non meno delle parti assistite)!
Incidentalmente, non mi sono noti interventi, dell’uno o dell’altro eccellente autore, nelle sedi deputate, al fine di mitigare o denunciare le differenze di attuazione delle leggi che provocano le disuguaglianze. Come dire che le due personalità hanno additato l’effetto, ma non la causa.
La tutela della funzione
Le leggi che presidiano l’esercizio dell’attività forense, e più direttamente l’avvocatura, non mancano. Non sempre, però, vengono attuate e, per la verità, di rado sono attivate dal ceto forense, pur in presenza di disfunzioni conclamate in suo danno. Per sfiducia, timore reverenziale, o semplicemente per inerzia intellettuale. Così venendo meno, tra l’altro, anche ai doveri richiesti dalla funzione, quando la prevaricazione subita si riflette sulla persona assistita.
In questi casi, non ci devono essere remore per il ricorso alle istituzioni professionali, CNF e Ordini, in primis, e alle istituzioni competenti, in secundis, per la lesione dell’interesse pubblico connesso all’esercizio dell’attività forense.
Sono testimone diretto dell’attenzione riservata dal CNF e dall’Ordine di Roma, ma non solo, alle questioni che pregiudicano il decoro e le libertà dell’avvocatura e dei soggetti che ad essa si affidano.
Ciascun avvocato, nella mia visione della professione forense, si deve sentire personalmente impegnato nel progressivo adempimento del sistema di tutela dell’avvocatura, per sé stesso, per i colleghi e per le persone che si rivolgono alla sua funzione, con legittime attese di giustizia.
Si tratta di adempimento personale, senz’altro, ma anche di prosecuzione della tradizione forense, per non spezzare la lunga ininterrotta catena che unisce le antiche giurisdizioni agli avvocati che, ogni giorno sul campo, nel nuovo millennio, come nei tempi passati, ne rendono la testimonianza, a volte anche coraggiosa.
Ricordo con l’occasione, tra i tanti valorosi colleghi che ho incontrato nel corso della vita professionale, tre avvocati, che hanno amato e rispettato la funzione e la tradizione, con profonda dedizione. Ad essi ho dedicato un ritratto nel sito: due sono stati della generazione precedente alla mia, Tommaso Bucciarelli e Franco Ligi, entrambi accesi di passione civile; il terzo, Francesco Vassalli, della mia generazione, è stato maestro di diritto e persona caritatevole. Tutti esempi da seguire.



