La crisi della Perla, l’eccellenza della lingerie

La vicenda

70 anni e li dimostra. Purtroppo. Per il personale dipendente, per gli stakeholder e per l’economia italiana, di settore e non solo. La Perla, l’intimo femminile per antonomasia, per 50 anni, a Bologna, fiore all’occhiello dell’economia cittadina e dell’intraprendenza italiana nel dopoguerra, è in stato di crisi profonda e qualcuno teme inarrestabile. Anche se il tavolo di crisi al Ministero delle Imprese e del Made in Italy è aperto e l’ultima parola spetta al ministro e ai suoi consulenti, oltre che ad un progetto affidabile di risanamento e al contraddittorio con i liquidatori della holding inglese. Nel frattempo, nei quasi 20 anni trascorsi dal passaggio di mano della proprietà ai cosiddetti investitori (teoricamente società finanziarie specializzate nello sviluppo delle imprese e non nella debacle), è successo di tutto. Le cronache cittadine e il Sole 24 Ore seguono la vicenda con passione e con legittima perplessità, dinanzi allo scempio che è stato fatto di un’impresa affermata nel mondo, che agli albori del millennio fatturava 250 milioni di euro e impiegava 1.500 dipendenti. E aveva tutti gli altri numeri in regola (know how, marchio, organizzazione, presenza di mercato) per acquisire quote di mercato, non per cederle alla concorrenza. Non abbiamo i dettagli della vicenda e non possiamo puntare il dito contro nessuno, ma siamo certi che i documenti nelle mani degli esperti denuncino le responsabilità che, nel corso degli anni, si sono accumulate e possono ancora essere attribuite a fini di ristoro dei danni e di giustizia.

Le ragioni di fondo della crisi

Quello che, invece, siamo in grado di considerare riguarda l’assurdità di questa vicenda, finora senza responsabili noti chiamati a rendere il conto degli ingenti danni provocati all’impresa, e di numerose altre vicende analoghe, note e più spesso ignote al pubblico. Che, per le modalità di esecuzione degli illeciti spesso impuniti, incoraggiano la dissoluzione delle imprese. Che attraversano la trafila di uffici pubblici e privati impiegando infiniti tempi burocratici, che nulla hanno a che vedere con la velocità richiesta dalle scelte dell’economia di impresa; soprattutto oggi, nel mondo della finanza protagonista e del diritto globale amministrativo dominato dalla digitalizzazione. Gli strumenti per perseguire i responsabili, in teoria, non mancano, così come le capacità professionali richieste, di vario genere. Manca il “collante”, si potrebbe dire con una parola duttile e prudente, che, tradotta, potrebbe essere una chiara, dichiarata, univoca scelta politica e istituzionale, riflessa nelle giurisdizioni attivate dalle vittime incolpevoli, di impiegare le risorse necessarie, materiali e immateriali, per contrastare in radice i fenomeni nocivi. Sono noti gli effetti della guerra economica di cui è periodicamente vittima l’Italia. Sono note anche le tante immaginifiche modalità delle attività distruttive e distrattive. Sono meno noti i protagonisti. E gli stessi dettagli delle attività emergono a danno fatto, non in corso d’opera. E’ infatti necessaria un’attività di prevenzione, dopo la presa di coscienza del fenomeno, e di contenimento dei danni con l’attività di contrasto sul campo. Noi abbiamo dato alcune indicazioni nel nostro libro sulla guerra economica, che non cessano di essere attuali.

Ugo Scuro

Ugo Scuro

Socio fondatore e Chairman Scientific Board di Scuro & Partners. Avvocato cassazionista iscritto all’Albo di Roma dal 1971, Ugo Scuro vanta una formazione di diritto dell’economia nazionale e internazionale di eccellenza, visione strategica, consolidata esperienza nella consulenza legale e competenza trasversale nei processi di impresa. Ha all'attivo numerose pubblicazioni e ha ricoperto il ruolo di Presidente della Commissione “Diritto dei Contratti” dell’Unione degli Avvocati Europei (UAE). PAGINA PERSONALE